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Il primo giorno della mia vita, di Paolo Genovese



Indagare il tema del suicidio è affascinante e spaventoso allo stesso tempo, come guardare il fondo di un abisso mentre ci si trova sul ciglio del precipizio. Il vuoto sembra chiamare, risucchiare chi lo sta guardando. I motivi che spingono colui che fa questa scelta a mettere un piede avanti e lasciarsi inghiottire dal nulla possono essere tanti, ma a volte pare non ci sia una spiegazione razionale. E’ il male di vivere, quello raccontato da Montale (… era il rivo strozzato che gorgoglia / era l’incartocciarsi della foglia…) che, senza un perché, diluisce la linfa vitale.

Ho trovato subito intrigante l’idea su cui ruota questo romanzo: quattro persone stanno per compiere il gesto irreparabile di togliersi la vita, ma uno strano individuo le avvicina offrendogli la possibilità di ripensarci. Consente altri sette giorni di tempo per osservare come proseguirà la vita senza di loro, per essere spettatori della loro stessa vita. Mi viene un altro paragone con un romanzo italiano, Il fu Mattia Pascal, quando il protagonista si trova, sia pure in circostanze diverse, nella condizione di “forestiero della vita”. Ecco, per una settimana i quattro protagonisti sono forestieri della loro vita, hanno il privilegio di poterla guardare da fuori in uno strano incanto, una sorta di surreale standby. A vivere questa bizzarra situazione sono due donne, un ragazzino e un uomo: le prime sono Emily, ex ginnasta olimpica, e Aretha, poliziotta di carattere; poi c’è il piccolo Daniel, diventato suo malgrado divo della pubblicità, e Napoleon, un uomo che ha conosciuto fama e successo nei panni del motivatore. Ognuno di loro ha una ragione per desiderare di farla finita, tranne Napoleon, almeno all’apparenza. Riuscirà lo strano individuo senza nome a salvarli? O meglio, riuscirà nell’intento di far capire loro quale sia la giusta strada per la salvezza?